Itinerari
Pozzo Sella, il luogo dove un fallimento diventò un cammino
La strada che porta a Pozzo Sella cambia colore prima ancora di arrivare a destinazione. La terra si fa rossa, poi ocra, poi quasi bianca, come se il paesaggio stesse sfogliando davanti a noi tutte le sfumature che ha custodito sottoterra per un secolo. Più volte, durante il tragitto, viene voglia di fermare l'auto e scendere a fotografare: la luce cambia, il terreno cambia, e ogni curva sembra aprire un quadro diverso.
Ad aspettarci, davanti all'ingresso, c'è Massimo Sanna, presidente dell'Associazione Pozzo Sella. Non ha bisogno di presentazioni lunghe: basta il modo in cui allarga le braccia verso il paesaggio intorno, l'entusiasmo con cui comincia subito a raccontarci dove siamo, per capire che questo luogo, per lui, non è semplicemente un pezzo di storia da custodire. È qualcosa che gli appartiene, e che ha voglia di condividere.
Entriamo in un capannone lungo e silenzioso. Le pareti raccontano più della mancanza di intonaco che di parole: macchinari fermi, tracce di ruggine, un pavimento che ha assorbito decenni di lavoro.
«Ci troviamo nella miniera di Monteponi» comincia Sanna, «praticamente la miniera storica metallurgica della città di Iglesias, ma di tutto il territorio.» La sua voce ha il ritmo di chi ha raccontato questa storia centinaia di volte, senza però averla mai resa meccanica.
Qui si estraevano piombo, zinco, galena, argento. Una vocazione antica, molto più antica di quanto il paesaggio industriale che ci circonda lasci immaginare: «Abbiamo testimonianze praticamente di siti fenici e romani che arrivavano sul posto soprattutto per ricavare il piombo e l'argento.» Iglesias, all'epoca chiamata Villa di Chiesa, aveva perfino una propria zecca, dove si coniava una moneta, l'Aquilino. Un codice del Trecento, il Breve di Villa di Chiesa, regolava già allora l'attività estrattiva.
Poi un salto nel tempo: la dominazione spagnola ferma tutto. A riaccendere la miniera sarà, secoli dopo, un ministro mandato in perlustrazione dal Regno d’Italia.
«Quintino Sella viene mandato in Sardegna perché il Regno d’Italia ha bisogno di materie prime» racconta Sanna. Le trova qui, a Monteponi. Tornato in Parlamento, capisce che per un'estrazione davvero industriale serve organizzazione, e la concessione perpetua arriva alla società Monteponi, che può finalmente investire.
Il luogo in cui ci troviamo adesso, dedicato proprio a quel ministro, porta il suo nome: Pozzo Sella.
A costruirlo fu un ingegnere arrivato qui a soli ventitré anni, Pellegrini, che dovette affrontare un problema enorme: più si scavava in profondità, più il sottosuolo restituiva acqua, impedendo l'estrazione. La sua soluzione fu un impianto a vapore di eduzione delle acque, alloggiato proprio in questo capannone e in quello gemello che vedremo più avanti: nove caldaie per lato, una torre centrale, due enormi bielle capaci di scendere fino a settantacinque metri sottoterra.
«Avete presente una siringa quando fa l'estrazione in una bacinella d'acqua?» chiede Sanna, semplificando quello che altrimenti resterebbe un meccanismo astratto. Era esattamente questo: un gesto meccanico ripetuto senza sosta, giorno e notte, per prosciugare le gallerie e permettere agli uomini di continuare a scavare.
Funzionò per un anno e mezzo, poi la portata d'acqua si rivelò troppo grande. Pellegrini non cercò scuse: «Questo è il mio fallimento e me ne vado» disse, e si dimise. Il suo successore risolse il problema con macchine diverse, e l'impianto a vapore venne smontato per sempre, sostituito da sale con motori elettrici, quando finalmente l'energia elettrica arrivò anche qui, grazie a una stazione costruita dalla stessa Monteponi.
Il racconto scende, letteralmente, insieme ai numeri. Una prima sala di pompe elettriche a meno quindici, che qui significa quasi ottantacinque metri sotto il livello del mare, considerato che il sito si trova a più settanta. Poi, vent'anni dopo, una seconda sala, più a fondo. E infine, nel 1970, l'ultima: la sala di meno duecento, la più grande di tutte, capace di risolvere il problema dell'acqua non solo per Monteponi ma per l'intero bacino metallurgico di Iglesias, con tutte le sue gallerie finalmente asciugate.
Camminando tra le sale rimaste, si respira ancora quella scala di grandezza: spazi enormi, pensati per contenere macchine altrettanto enormi, dove oggi la voce si perde per un istante prima di tornare indietro come un'eco.
Superata la torre centrale, si entra nel capannone gemello, quello che un tempo ospitava le altre nove caldaie.
È più buio del primo, la luce filtra da poche aperture in alto, e per qualche secondo gli occhi faticano ad abituarsi. Poi, piano, la vista si adatta, e si ricomincia a distinguere ciò che resta: le basi in muratura dove poggiavano le caldaie, i segni sul pavimento che ne disegnano ancora la fila, uno spazio che oggi sembra troppo grande per il silenzio che lo abita.
Ma Pozzo Sella non fu solo pompe. Diventò, negli anni, un piccolo distretto di autosufficienza. Una sala torni. Una sala delle forge e delle piccole fusioni. Una falegnameria. «Quando aveva necessità di ricostruire un pezzo di una macchina, non faceva che produrcelo in casa» spiega Sanna. La falegnameria costruiva la forma in legno, le forge la trasformavano in metallo, e il pezzo tornava a vivere nella macchina che lo aspettava. Tre mestieri diversi, sotto lo stesso tetto, a tenere in vita un organismo che non poteva permettersi di fermarsi.
Ci indica una scala a chiocciola addossata a una parete: costruita dagli stessi operai, con le stesse fusioni. E poi il pavimento della sala delle forge, fatto di centocinquanta tonnellate di mattonelle di zinco, sessanta centimetri per sessanta, sessanta chilogrammi ciascuna, appoggiate a terra senza malta perché il loro stesso peso bastava a tenerle ferme. Camminarci sopra, oggi, dà una strana sensazione di solidità: come se il pavimento stesso ricordasse quanto lavoro ha sostenuto.
Il sito chiuse definitivamente nel 1990. Le ultime pompe, quelle di meno duecento, si fermarono nel 1997. Poi una parete cedette sotto la pressione dell'acqua, che si riprese lo spazio conteso per un secolo. Oggi, in quella sala, l'acqua è tornata a essere l'unica padrona: chi si affaccia la trova ancora lì, ferma, come se stesse aspettando qualcuno.
Dopo la chiusura, Pozzo Sella conobbe anche gli anni più fragili della sua storia. Una prima ristrutturazione, fatta da Igea, la società regionale nata per occuparsi delle bonifiche minerarie. Poi, per circa un decennio, l'abbandono: porte chiuse, macchine lasciate a se stesse, un luogo che rischiava di restare solo un ricordo per chi lo aveva vissuto da dentro.
Nel 2016 l'Associazione Pozzo Sella ha preso il sito in comodato d'uso, e da lì è cominciato un lavoro lento, fatto di ambienti recuperati uno alla volta, macchine ripulite e rimesse al loro posto, spazi resi di nuovo percorribili. Non è un lavoro concluso. Sanna lo dice senza nasconderlo: non esiste ancora un biglietto d'ingresso, perché il sito non è ancora un'area museale completa. È un cantiere aperto, in cui ogni visita aggiunge qualcosa alla sua rinascita.
C'è qualcosa di più onesto, in un luogo che ammette di essere ancora in costruzione, rispetto a uno già perfettamente confezionato per essere visitato. Chi entra oggi a Pozzo Sella non guarda un museo finito. Guarda un lavoro in corso, e in un certo senso ne diventa parte.
È in questo silenzio che Pozzo Sella si fa sentire di più. Non un silenzio vuoto, ma pieno di cose che aspettano solo di essere guardate con attenzione: la ruggine che disegna mappe nuove sul metallo, la luce che entra dalle finestre alte e taglia l'aria in lame sottili, l'eco dei nostri passi che rimbalza tra pareti pensate per contenere macchine, non voci.
Sanna cammina davanti a noi con la sicurezza di chi conosce ogni angolo, ma si ferma spesso, come se ogni volta scoprisse qualcosa di nuovo anche lui. Indica un dettaglio, aspetta che lo guardiamo davvero, poi riprende a camminare. Non ha fretta di finire il racconto. Sembra piuttosto voler allungare il tempo in cui restiamo qui dentro.
Ci sono luoghi che si raccontano da soli, e Pozzo Sella è uno di questi: basta restare fermi un momento in mezzo a una sala vuota, lasciare che gli occhi si abituino alla luce, e la storia arriva anche senza bisogno di parole. Le caldaie che non ci sono più si intuiscono comunque, dal segno che hanno lasciato sul pavimento. Le bielle che scendevano a settantacinque metri si immaginano ancora, guardando la torre che le conteneva.
È da questi stessi spazi, rimasti vuoti dopo la chiusura della miniera, che è nata una storia più grande di Pozzo Sella stesso: quella di un uomo che si rinchiuse per un anno in un pozzo pur di farsi ascoltare, e di un'associazione che decise di trasformare i sentieri dei minatori in un cammino lungo cinquecento chilometri. Quella storia l'abbiamo raccontata per esteso nel nostro articolo dedicato al Cammino Minerario di Santa Barbara: qui, tra queste sale, si può soltanto intuire da dove sia partita.
Prima di lasciarci, chiediamo a Sanna cosa direbbe a chi sta per varcare per la prima volta questa soglia.
«I nostri luoghi sono dei luoghi talvolta di silenzio, di riflessione» risponde. «Se è necessario fermarsi a vedere un tramonto, fermatevi. Se avete voglia di sentire il profumo di un fiore, fatelo.»
Non è un consiglio pensato per chi cerca informazioni. È un consiglio per chi è disposto a lasciarsi sorprendere. Ed è proprio questo che rende Pozzo Sella diverso da un semplice sito da visitare in fretta, spuntando una casella: qui il tempo si dilata, le sale sembrano più grandi di quello che sono, e ogni dettaglio, dalla scala a chiocciola al pavimento di zinco, chiede di essere guardato più a lungo di quanto si sarebbe portati a fare altrove.
Pozzo Sella non racconta soltanto una storia di piombo, zinco e pompe elettriche. Racconta cosa può nascere da un fallimento, se qualcuno decide di non arrendersi: un ingegnere che ammette di aver sbagliato e se ne va, un'associazione che sceglie di rimettere in piedi ciò che tutti avevano lasciato cadere, un luogo che oggi accoglie chi ha voglia di entrarci non da turista, ma da testimone.
Non è un luogo che si esaurisce in una visita sola. Ogni volta che qualcuno lo attraversa, lo racconta a modo suo, e quel racconto diventa a sua volta parte della storia che Pozzo Sella continua a scrivere. Non è un museo che conserva il passato: è un luogo che continua a crescere ogni volta che qualcuno decide di fermarsi ad ascoltarlo.
Un luogo che entra dai piedi, come dice Sanna. Ma che, una volta attraversato, resta anche altrove: negli occhi, nella memoria, nella voglia di tornarci.