Ambienti e natura
Le Saline Conti Vecchi, dove il sale racconta l’incontro tra uomo e natura
Nel pensiero comune di coloro che, per la prima volta, visitano le Saline Conti Vecchi c’è l’idea di considerare l’industria e la natura come due mondi separati. Da una parte il lavoro dell’uomo, la produzione, la trasformazione. Dall’altra il paesaggio, il silenzio, la biodiversità.
Poi, come è capitato a noi, entri nella laguna di Santa Gilla, a pochi chilometri da Cagliari, e quella distanza inizia a scomparire.
Succede osservando le vasche che cambiano colore al passaggio delle nuvole, con la luce diversa di ogni stagione. Accade guardando i fenicotteri attraversare l’acqua mentre, poco distante, continua il lavoro dei salinieri. Avviene ascoltando una storia cominciata quasi un secolo fa, quando un uomo immaginò che in quel territorio potessero convivere sviluppo, lavoro e rispetto del paesaggio.
Le Saline Conti Vecchi non sono soltanto il luogo in cui nasce il sale. Sono il racconto di un incontro: tra il mare e la terra, tra passato e presente, tra la mano dell’uomo e quella della natura. Per capirlo bisogna tornare all’inizio, a un ingegnere toscano che, arrivato a un’età in cui molti pensano di fermarsi, decise di cominciare.
Al nostro arrivo entriamo nell’edificio storico, saliamo le scale e, sulla destra, varchiamo una soglia che sembra riportarci indietro nel tempo. Gli arredi originali, le cementine di inizio Novecento, un’atmosfera rimasta sospesa: siamo nell’ufficio dell’ingegner Luigi Conti Vecchi, il luogo in cui presero forma le idee che avrebbero cambiato per sempre questo territorio.
«L’ingegner Luigi Conti Vecchi era un signore toscano naturalizzato sardo, dirigente delle Reali Ferrovie della Sardegna, che all’età di settant’anni decise di impiantare questa moderna salina alle porte di Cagliari», spiega Francesca Caldara, Responsabile dei Beni FAI in Sardegna.
Avrebbe potuto fermarsi. Aveva alle spalle una lunga carriera e un’età in cui si guarda più a ciò che è stato costruito che a ciò che deve ancora nascere. Fece l’esatto contrario: guardò avanti.
«Decise di costruire qui una salina perché era innamorato della Sardegna» racconta Francesca. «Aveva questa grande idea di rivalutazione, una bonifica di tutta l’area della laguna di Santa Gilla». Nella laguna vide quello che altri non avevano saputo immaginare: un territorio segnato dalla malaria, capace di diventare lavoro, sviluppo, un nuovo rapporto con il paesaggio. Il progetto fu enorme, la bonifica di 2.700 ettari, la creazione dei bacini evaporanti e delle vasche salanti, la nascita di una delle saline più importanti d’Europa.
Sul testamento, ai figli, lasciò scritto una sola istruzione: «Vivete secondo natura», ce lo racconta Francesca, sottolineando che bastano tre parole per capire quanto quella sensibilità sia rimasta, negli anni, dentro ogni scelta della salina. Ma per capire davvero la visione di Conti Vecchi non bastano i numeri. Bisogna guardare alle persone.
Fin dall’inizio Conti Vecchi immaginò un’industria diversa, un luogo in cui il lavoro non fosse separato dalla vita di chi, ogni giorno, contribuiva a farla crescere. Accanto alla salina nacque così il villaggio di Macchiareddu, quello che tutti avrebbero imparato a chiamare la comunità del sale.
Non era un gruppo di case vicino al lavoro. Era un piccolo mondo. Le abitazioni degli operai e quelle dei dirigenti, la mensa, la scuola, gli spazi del dopolavoro. I campi da tennis, le bocce, una sala per ballare il sabato sera. Le maestre arrivavano da Cagliari in vaporetto, il sacerdote raggiungeva il villaggio in calesse da Assemini per la messa della domenica. Due donne di Carloforte gestivano il piccolo spaccio alimentare, e ogni famiglia aveva uno spazio per coltivare frutta e verdura, un orto urbano, diremmo oggi.
Una comunità nata attorno al sale, ma costruita sulle relazioni tra le persone. «Nacque la comunità del sale, una comunità viva, pulsante, unita», racconta Francesca. Gran parte di questa memoria è stata recuperata attraverso le testimonianze di chi quel villaggio lo ha vissuto. Tra queste, quella di Giorgio Lecca: nato nella comunità del sale, figlio dell’autista della Conti Vecchi, cresciuto nella scuola del villaggio, diventato poi direttore della manutenzione e della sicurezza per cinquant’anni. Una storia semplice e straordinaria insieme, che dice più di ogni definizione cosa fosse davvero quel progetto. La salina non doveva soltanto produrre sale. Doveva creare possibilità.
Quando si pensa a una salina, l’immagine che viene in mente è quasi sempre la stessa: una grande distesa bianca. Basta poco tempo qui dentro, però, per capire che quel bianco è solo una delle tante sfumature del luogo.
È una delle prime cose che si impara ascoltando Emanuele Masillo, operatore museale del FAI, che ci accompagna a guardare la salina con occhi diversi.
«Quando accompagno le persone qui, la prima cosa che chiedo è di fare attenzione ai colori», racconta. «A volte i colori della salina sono inaspettati: l’acqua può avere riflessi viola, arancioni, rossi. È uno spettacolo che a me affascina sempre».
Emanuele ricorda ancora il momento in cui capì di trovarsi davanti a qualcosa di diverso: la prima volta che vide svuotare una casella salante. Fino ad allora immaginava il sale come una superficie bianca, uniforme, sempre uguale a sé stessa. Poi l’acqua cominciò a scomparire, e sul fondo apparve una distesa di cristalli che rifletteva la luce in modo così intenso da essere difficile da guardare.
Nei giorni di maestrale, racconta ancora Emanuele, il vento solleva la schiuma bianca del solfato di magnesio dalle acque più dense, e la deposita sugli arbusti della macchia mediterranea. «Fa un paesaggio che sembra invernale, quasi natalizio» dice. Tra quei rami cresce anche una piccola pianta parassita, il fungo di Malta, che la leggenda vuole portata qui dai cavalieri per il suo potere cicatrizzante.
Non è un caso che questo territorio sia densamente abitato dalla natura più selvaggia. Le acque del mare, per diventare sale, attraversano un lungo filtraggio naturale, e in quel percorso si purificano abbastanza da ospitare pesci, molluschi, piccoli mammiferi e, soprattutto, uccelli, in una delle riserve naturali più importanti della Sardegna.
Le Saline Conti Vecchi non sono soltanto una salina. Sono un paesaggio vivo, che cambia, respira, e continua a sorprendere anche chi lo osserva ogni giorno.
Dopo aver imparato a guardare la salina con occhi diversi, arriva il momento di attraversarla. Saliamo sul trenino insieme a Marcella Balia, la nostra guida, e bastano pochi metri per capire quanto questo luogo sia più complesso di quello che appare. Scorrono paesaggi diversi tra loro: le caselle salanti, dove il percorso dell’acqua è ormai all’ultima fase e il sale prende forma; i bacini di evaporazione; la vegetazione della laguna; gli uccelli che qui hanno trovato il proprio equilibrio.
«La produzione del sale non inizia qui. Inizia dal mare» racconta Marcella, mentre il trenino avanza lentamente.
Prima di diventare sale, l’acqua del mare compie un lungo percorso. Entra nella salina, attraversa diciassette bacini di evaporazione prima di arrivare alle caselle salanti. Durante il tragitto cambia continuamente: aumenta la densità, alcuni elementi si depositano sul fondo, e solo ciò che serve prosegue verso la fase finale. Un sistema pensato dall’uomo, ma costruito seguendo le regole della natura, un grande filtro naturale in cui nulla viene forzato, tutto viene accompagnato.
Ed è proprio in questo tratto, tra i bacini di evaporazione, che il paesaggio si popola di vita. Cresce la salicornia, l’asparago di mare, una pianta succulenta che trattiene l’acqua per sopravvivere dove nient’altro riuscirebbe. Ed è qui che i fenicotteri si mostrano più numerosi, la testa immersa nell’acqua, le zampe che si muovono rapide per smuovere il fango. «Stanno mangiando» spiega Marcella. «Muovono le zampe per far risalire in superficie l’Artemia salina», un piccolo crostaceo di cui il fenicottero si nutre quasi esclusivamente, e che deve il proprio colore rosa proprio a questo regime alimentare.
I fenicotteri completamente rosa e bianchi sono adulti: il colore arriva solo dopo due o tre anni di vita. Dormono tutti rivolti nella stessa direzione, «dormono sempre controvento», dice Marcella, così che basti osservarli per sapere da dove soffia il maestrale. Poco distante, un esemplare solitario si distingue dagli altri: è un’avocetta, riconoscibile dal becco sottile e ricurvo verso l’alto. E su un argine, un gabbiano reale porta sul becco un piccolo pallino arancione: è il segnale a cui i suoi pulli, così si chiamano i piccoli finché non sanno cavarsela da soli, vanno a beccare quando hanno fame.
Quando l’acqua arriva finalmente alle caselle salanti, il paesaggio cambia ancora. Le vasche prima coperte d’acqua si trasformano lentamente in distese bianche, campi che sembrano innevati. Marcella ci fa notare i contrasti: una vasca ancora piena accanto a un’altra già completamente bianca, pronta per la raccolta. Due immagini diverse dello stesso luogo, due momenti dello stesso viaggio, e in mezzo, sempre, la vita che continua a muoversi tra un bacino e l’altro.
Forse è proprio perché lo abbiamo sempre davanti agli occhi che non ci fermiamo mai a pensare al sale davvero. Lo usiamo ogni giorno, entra nelle nostre cucine, accompagna gesti così familiari da sembrare scontati. Eppure dietro ogni granello c’è un processo che dura un anno intero.
«Per portare a compimento questo processo servono trecentosessantacinque giorni» racconta Manuela Pillai, referente per eventi privati e sviluppo delle Saline Conti Vecchi.
Siamo abituati a pensare alla produzione come a qualcosa di veloce, immediato, controllato dall’uomo. Qui succede il contrario: l’uomo non sostituisce la natura, impara a lavorare insieme a lei. Nei primi mesi dell’anno le vasche riposano. Poi l’acqua del mare ricomincia il suo percorso, e da marzo in avanti comincia una trasformazione lenta, dove ogni elemento ha un ruolo preciso: il sole permette l’evaporazione, il vento accompagna il processo, i salinieri osservano, controllano, intervengono solo quando serve.
«È un equilibrio perfetto tra la mano dell’uomo e la mano della natura» dice Manuela. «Contribuiscono entrambe al cinquanta per cento».
Il rapporto tra uomo e ambiente, qui, non è un confronto. È una collaborazione: la conoscenza profonda dei ritmi di un luogo, e la capacità di rispettarli. Come accade da quasi cent’anni: l’acqua segue lo stesso percorso, il sole e il vento fanno la loro parte, i salinieri continuano a interpretare i segnali della salina, tramandando un sapere fatto di esperienza e osservazione.
Anche attraverso un suono.
Tra le cose che non immaginiamo del sale, ce n’è una sorprendente: il sale ha un suono. Durante il processo di cristallizzazione, il sale si forma lentamente sul fondo delle vasche, strato dopo strato, fino al momento in cui è pronto per essere raccolto. Per saperlo non servono strumenti o misurazioni. Serve la conoscenza di chi vive la salina ogni giorno, e ha imparato a riconoscerne i segnali.
«I salinieri battono i piedi sulla superficie per capire se il sale è pronto» racconta Manuela. «Tra loro si chiedono: “Scrocchia?”. Se scrocchia, il momento è arrivato».
Ed è forse a questo punto dell’anno, con la raccolta ormai vicina, che la salina regala una delle sue immagini più belle. «I primi cristalli che si formano sembrano dei gioielli» dice ancora Manuela. Tra questi, uno in particolare è raro: il fiore di sale, che non si deposita sul fondo ma affiora in superficie, solo al mattino presto, solo quando le condizioni sono giuste. Va raccolto a mano, con un retino, immediatamente. Pochi salinieri sanno farlo, ed è per questo che ha un sapore che qualcuno definisce, senza vergogna, dolce.
È uno di quei dettagli che restano impressi perché raccontano qualcosa che va oltre la produzione del sale: un rapporto costruito nel tempo tra le persone, gli animali e il luogo in cui vivono insieme. Ci sono conoscenze che si studiano, e altre che nascono solo dal ripetere gli stessi gesti, dall’osservare ogni giorno cambiamenti che per molti resterebbero invisibili.
Le Saline Conti Vecchi trasmettono una sensazione particolare proprio per questo: non sono un luogo dove l’uomo ha semplicemente costruito qualcosa. Sono un luogo in cui ha imparato ad ascoltare ciò che aveva intorno.
Alla fine della visita, la cosa più sorprendente è accorgersi che le Saline Conti Vecchi, anche questa volta, non erano quelle che credevamo di conoscere. Le avevamo già attraversate. Eppure ogni ritorno ci consegna un dettaglio che prima ci era sfuggito: una luce diversa sull’acqua, una voce che ci racconta un dettaglio mai sentito prima, un cavaliere d’Italia che questa volta vediamo da vicino.
È questo il segreto delle Saline: non si lasciano mai conoscere del tutto.
Attraversarle di nuovo significa entrare in un luogo dove ogni cosa porta con sé una storia: un ufficio rimasto sospeso, un villaggio che fu una comunità, un’acqua che non smette mai di cambiare colore. Ed è proprio questo che le rende speciali: non appartenere mai a una sola definizione, nemmeno per chi ci è già stato. Sono industria, ma anche natura. Sono produzione, ma anche memoria. Sono un luogo nato per raccogliere il sale, e capace, ancora oggi, di custodire storie, paesaggi e persone. Anche per chi pensava di averle già viste tutte.