Su Sessineddu, il rito di Gergei che intreccia fede, infanzia e comunità | Olianas

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Su Sessineddu, il rito di Gergei che intreccia fede, infanzia e comunità
A Gergei ci sono giorni che si fanno sentire prima ancora di arrivare. Si annunciano con una vibrazione sottile che entra nelle case e poi si allarga alle strade. Man mano che ci si avvicina al 3 febbraio, l’inverno continua a fare il suo lavoro, ma il paese ne fa un altro: si prepara. Non è solo una data sul calendario. È San Biagio, e lo riconosci dall’attesa che si deposita nelle cucine, dalle visite che aumentano, dalle mani che tornano a muoversi per dare forma a un rito che, ogni anno, rimette in ordine i legami.
Quel rito ha un nome: Su Sessineddu.
È un gesto condiviso, una grammatica tramandata, qualcosa che si fa insieme e che, proprio per questo, non appartiene mai a uno solo. Il nostro viaggio comincia così: entrando in paese come si entra in certe storie, seguendo le persone.
La prima tappa è da Vinicio, che ci aspetta davanti al camino. Il fuoco è acceso, ma il centro della scena sono le sue mani. Mentre parla, lavorano. Mentre lavorano, raccontano.
Sul tavolo ci sono i sessini: foglie lunghe e resistenti, messe a mollo nei giorni precedenti per renderle malleabili al lavoro ed evitare che si spezzino. Vinicio ne sceglie sei, le piega con un gesto sicuro e inizia l’intreccio, senza fretta, mentre ci racconta: “Ho imparato da mia nonna, avevo sei, forse sette anni.” Da lì tutto prende forma. Prima la struttura, poi il resto. Vinicio aggiunge i frutti uno alla volta: le arance, le melagrane, quello che la stagione offre. Ogni elemento trova il suo equilibrio. Su Sessineddu cresce tra le mani, diventa riconoscibile. Non nasce per essere guardato nella sua semplicità quanto bellezza, ma per essere portato: prima in processione, poi in chiesa per la benedizione, infine torna a casa.

Salutiamo Vinicio e raggiungiamo Valeria. Con lei Su Sessineddu cambia spazio. Entra nella casa d’infanzia, nei ricordi più intimi, e ce lo racconta con la naturalezza di chi non ha mai dovuto spiegarselo troppo: “Da piccoli si aspettava questo periodo con l’ansia buona delle grandi feste. Su Sessineddu per noi rappresentava la festa di San Biagio, ma anche la festa dei bambini.” Prima della celebrazione religiosa, però, c’è la casa. Il tavolo. Chi sa fare e chi guarda. Valeria ricorda suo padre che preparava Su Sessineddu per tutti i figli, uno per uno, senza fare differenze. O quasi. “Eravamo in cinque. Io ero la più piccola, per questo il mio era sempre un po’ più piccolo.” Lo dice sorridendo, ricordando anche quella piccola ingiustizia infantile: meno caramelle Rossana, meno spazio. Ma dentro quella scena c’è qualcosa che va oltre il dettaglio. C’è una tradizione che entra nella vita senza chiedere solennità, che accetta di essere imperfetta. Poi arriva la processione. E nella processione c’è un ruolo. I bambini in fila, l’oggetto tra le mani. “Quando sei bambino e porti in processione Su Sessineddu sembra un piccolo trofeo. Sei fiero di portarlo.” È una responsabilità minuscola ed enorme allo stesso tempo: tenere qualcosa davanti a sé, attraversare il paese e arrivare in chiesa per la benedizione con un profondo senso di appartenenza. È un ricordo fatto di voci calde e di strade percorse insieme.

Seguendo il nostro percorso arriviamo alla Pro Loco di Gergei, insieme a Gabriella e Rita, che fanno parte del direttivo. Qui la tradizione, in questi giorni, è un vero e proprio lavoro in corso.
Gabriella racconta di come Su Sessineddu sia legato a San Biagio, ma anche di una storia più lontana, quasi misteriosa. Una raffigurazione trovata a Tebe, in Egitto: un giovane con un pendente di frutti. L’ipotesi che siano stati i monaci a portare questo gesto fino a Gergei. Non come certezza, ma come traccia. “Non sappiamo tutto,” dice. “Ma sappiamo che qui è diventato nostro.” Accanto a Su Sessineddu ci sono altri segni che tornano ogni anno. Il pane. Le corone. Il cordoncino. “Su cordonittu. È un intreccio di fili colorati. Una volta benedetto si metteva al collo, per proteggere dal mal di gola. San Biagio è il protettore della gola.” Gabriella racconta di quando erano bambini, di come le madri glielo facevano indossare per tutto l’inverno. Lo lavavano insieme al resto e poi glielo rimettevano. Un gesto piccolo, quotidiano, che teneva insieme fede e cura. Negli anni, anche Su Sessineddu è cambiato. Gabriella lo dice senza nostalgia e senza difesa. “Quello antico è stato ripreso dalla Pro Loco negli anni Ottanta. Poi è arrivata anche la versione moderna, con le caramelle e i cioccolatini. I bambini lo preferiscono così. Ed è giusto che sia così.” Qui la tradizione non viene cristallizzata, ma accompagnata: perché resti viva, deve poter parlare anche ai più piccoli.

Tra i segni ricorrenti che non possono mancare c’è il pane. Le corone. Nella stanza vicino a noi si sta svolgendo un laboratorio. Le nonne sono disposte l’una accanto all’altra lungo i tavoli, e davanti a loro ci sono i bambini. Si lavora la pasta che diventerà il rosario di pane che andrà su Su Sessineddu. Le mani più esperte guidano quelle piccole, gesto dopo gesto, con pazienza. I bambini provano, sbagliano, riprovano. I nonni aggiustano, rifanno vedere, sorridono quando finalmente il movimento “viene”. In quella stanza si capisce una cosa semplice: una tradizione non si conserva perché la si celebra una volta l’anno, ma perché qualcuno, prima, si prende il tempo di insegnarla. E qualcuno, dall’altra parte del tavolo, accetta di imparare.

Mentre tutto questo avviene, Rita prosegue il racconto: “La Pro Loco aiuta il comitato a fare in modo che la festa continui. Prima c’era un solo obriere: ogni anno una sola famiglia si occupava di tutta l’organizzazione e si faceva carico di tutte le spese. Con il tempo era diventato troppo oneroso. Così si è deciso di condividere organizzazione e spese”. Oggi sono i bambini di dieci anni, quelli che hanno fatto la prima comunione l’anno prima, a essere gli obreri della festa. Le famiglie partecipano, si organizzano, si dividono i compiti. La Pro Loco affianca, sostiene, tiene insieme i pezzi. “Noi ci occupiamo della cena della sera del 2,” racconta Rita. “È una cena semplice: ceci, salsiccia arrosto, formaggio, vino. La offriamo a tutti quelli che vengono. È un momento importante, perché lì si ritrova il paese”. Non è solo una questione pratica. È una scelta precisa: fare in modo che nessuno resti fuori. La sera del falò non è un evento collaterale, ma parte del rito. Si mangia insieme, si resta insieme, si entra tutti nello stesso tempo. Rita ci racconta anche del pane, quello che verrà benedetto il giorno dopo e distribuito alla fine della messa: “Il pane lo offrono il comitato e i genitori dei bambini. Ne prepariamo tanti, perché arriva tantissima gente da fuori. È un segno semplice, ma per noi è fondamentale.

Quando il 3 febbraio finisce e le strade tornano silenziose, Su Sessineddu non scompare. Rientra nelle case, nei ricordi, nei racconti che continueranno a passare di bocca in bocca. Non resta appeso come un simbolo distante: viene mangiato, condiviso, consumato. Come deve accadere alle cose vive. A Gergei la tradizione non si conserva mettendola da parte. Si rinnova ogni anno perché qualcuno intreccia, qualcuno insegna, qualcuno impara. Perché c’è sempre una mano pronta a guidarne un’altra. È forse questo il senso più profondo di Su Sessineddu: non ciò che si vede il giorno della festa, ma tutto ciò che accade prima. Il tempo speso insieme. La cura. La responsabilità di tenere un filo teso tra generazioni. Ed è lì che questo rito continua a fare il suo lavoro migliore: tenere insieme una comunità, anno dopo anno.
