Sportikon, palestra all’aperto a Cagliari. Come Alberto Fenu ha reinventato il modo di allenarsi in città | Olianas

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Sportikon, palestra all’aperto a Cagliari. Come Alberto Fenu ha reinventato il modo di allenarsi in città
a cura di Jessica Cani
Da qualche anno a Cagliari ha preso vita un'associazione sportiva che non assomiglia a nessuna palestra che abbiate mai frequentato. Niente specchi alle pareti, niente macchinari in fila, niente abbonamenti annuali da firmare col sangue. Solo aria aperta, persone comuni e una filosofia che inizia e finisce con una parola: equilibrio.
A costruire tutto questo sono stati Alberto Fenu e Martina Floris, compagni di lavoro e di vita. Lui allenatore e chinesiologo i cui occhi si accendono quando parla di movimento. Lei educatrice con una storia personale con lo sport che le ha regalato un nuovo equilibrio. Si sono conosciuti a 21 e 18 anni in una comunità missionaria per giovani e anni dopo hanno costruito quello che è oggi uno dei progetti sportivi più interessanti e professionali in città: Sportikon.
Prima di iniziare a raccontare la loro storia, vogliamo invitarvi il 30 maggio dalle 15:00 presso Tenuta Olianas per il secondo appuntamento dal vivo di Vite. Come l’anno scorso, all’interno della manifestazione nazionale Cantine Aperte, Jessica Cani porta il suo progetto narrativo dall’online all’offline tra le nostre vigne dove insieme ospiteremo proprio Alberto Fenu e Martina Floris con Sportikon. Abbiamo pensato a una serata che si aprirà con ospiti d’eccezione per parlare di movimento, nutrizione, gastronomia e benessere in diversi panel che termineranno in un lungo momento di networking e relax con il nostro vino e la cucina degli chef che abbiamo invitato.
Presto i nuovi dettagli per acquistare il ticket d’ingresso ma, intanto, segnate la data.

Alberto Fenu non è cresciuto in una famiglia di sportivi. Suo padre correva ogni tanto, era un uomo attivo ma niente di più. La vera influenza è arrivata dal lavoro del fratello maggiore, fisioterapista, che lui guardava con ammirazione: “Guardavo il suo lavoro e mi ha ispirato. Trovavo interessante quello che faceva sia da un punto di vista performativo nell'allenare le persone, ma anche da un punto di vista terapeutico.”
L'aspirazione iniziale era la medicina, poi la fisioterapia ma, dopo due o tre tentativi falliti ai test di ammissione all’università, la vita lo ha reindirizzato dove forse avrebbe dovuto andare sin dall’inizio: scienze motorie. "Quello che sembrava troppo banale, troppo scontato, è diventata la vera essenza per me”. In mezzo agli studi, anni di lavori nel mondo dei bar e nel mondo della notte, anni di energia mal indirizzata. Si è laureato in fretta, perché aveva già fretta di fare. Di muoversi, appunto.
Quando Martina Floris lo ha conosciuto, Alberto aveva 18 anni e un'energia che non sapeva ancora dove depositare. "Era una trottola" racconta lei ridendo. "Aveva sicuramente ancora bisogno di incanalare l'energia e capire dove portarla”.

Martina viene da una storia diversa. Educatrice, laurea in scienze dell'educazione, un’adolescenza che definisce molto movimentata ma non in senso sportivo. Il mondo dello sport era lontano da lei. "Sono sempre stata una bambina sovrappeso, poi sono diventata una persona con obesità e il movimento mi è sempre stato consigliato perché dovevo rimediare. Anche per questo non ho mai avuto un buon rapporto con lo sport”. Eppure è proprio lei, oggi, a saper raccontare cosa significhi imparare a muoversi non per punizione, ma per cura.
C'è una frase che Martina ha detto ad Alberto nel giorno della sua laurea e che racchiude molto del loro modo di stare insieme: "Io sarò, se vuoi, il tuo progetto”. Era una promessa fatta con ammirazione, con quella stima sconfinata che aveva per la sua perseveranza, ma il tempo ha insegnato loro che essere il progetto del proprio compagno non è necessariamente la cosa più sana del mondo. Martina lo dice con franchezza: "Vorrei dirlo perché non dobbiamo vendere le cose come facili. In una coppia che cresce insieme a volte si dicono delle cose che poi vanno a essere un peso, non un aiuto".
Oggi Martina si allena con un altro coach, Giacomo, collaboratore di Sportikon. Una scelta fatta insieme per salvare il matrimonio e la relazione professionale perché "Io non sono il progetto di Alberto, però sono un progetto dentro Sportikon e adoro questa cosa”. È una distinzione fondamentale.

L'estate del 2018, Alberto ha 24 anni e la partita IVA appena aperta. Manda un messaggio a degli amici: "il martedì e il giovedì a tale ora facciamo un po' di movimento" e aspetta di vedere chi arriva.
Quello che caratterizza quei primi mesi e che ancora oggi definisce Sportikon è l'assenza totale di selezione. Non c'è un corpo ideale per entrare, non c'è un livello minimo richiesto, non c'è un obiettivo che sia più legittimo di un altro. Il campo è aperto a chi ha mal di schiena, a chi non ha mai messo un paio di scarpe da ginnastica, a chi viene da un infortunio e non sa come ricominciare, a chi ha semplicemente voglia di muoversi senza sapere ancora bene come. Alberto non ha una strategia di comunicazione elaborata, né un budget per la pubblicità ma ha un'energia che fatica a contenere e una curiosità genuina per le persone. Martina lo racconta con un misto di affetto e stupore ancora intatto: "Era talmente felice di allenare le persone che si presentava alle persone dicendo 'Ciao, ti alleni?' Questo apriva sempre una conversazione”. Chiunque incontrasse per strada, al bar, a una cena diventava un potenziale atleta non per spirito commerciale, ma perché Alberto era ed è convinto che il movimento faccia bene a chiunque, e che il suo compito sia far capire questa cosa al maggior numero di persone possibile. Il loro motto è infatti ogni corpo vale.
A settembre, poche settimane dopo l'inizio, arriva la prima vera sede: il campo Riccardo Santoru, un campo di atletica che per Alberto ha qualcosa di speciale fin dal primo giorno. "La spiaggia è bella, ma la spiaggia è mare. Al campo ci si allena”. Soprattutto, il campo ha un tetto non per stare al chiuso, che non è mai stato nei piani, ma per togliere alle persone l'ultima scusa rimasta: la pioggia. "Mi alleno all'aperto, ma mi devo allenare in modo che le persone non abbiano scuse”.
Il suo obiettivo è che le persone si allenino tutto l'anno, con qualsiasi meteo, in qualsiasi stagione. Per farlo, deve eliminare gli ostacoli e il tetto è uno strumento al servizio dell'aria aperta, non il contrario.
Da lì in poi, Sportikon cresce: nuovi corsi, nuove sedi, nuove stagioni. Gli iscritti aumentano, il campo diventa una casa riconoscibile composta da una società sportiva che si sposta, che cambia location per scelta precisa. "Creiamo una società sportiva dinamica e attiva. Mettiamo in crisi i nostri atleti con tanti cambi perché vogliamo allenarli anche mentalmente alla flessibilità”.

Nel 2025 Sportikon amplia la sua offerta aprendo uno studio, ovvero uno spazio al chiuso che è stato un momento di crisi identitaria per Alberto: "Mi ha messo in crisi all'inizio perché dicevo: sto divulgando l'aria aperta e poi apro uno studio al chiuso. Che coerenza è?"
Poi ha capito che non era un'incoerenza, ma un completamento. Lo studio è nato per accogliere le persone che hanno bisogno di un lavoro ancora più personalizzato, impossibile da fare in un gruppo all'aperto. Persone con esigenze specifiche, con fragilità particolari, con obiettivi che richiedono uno sguardo intimo e ravvicinato. "Avere più strumenti ci rende ancora più completi e un punto di riferimento”.
A rendere possibile questa nuova fase è stata l’entrata di un nuovo collaboratore, Giacomo, che ha fatto un percorso di formazione con Sportikon, poi si è specializzato a Torino, e al ritorno ha trovato le porte aperte per poter dare vita al nuovo spazio. Con loro anche Alessia e Nicola. Cinque persone, ora. Un piccolo nucleo professionale che condivide una visione talmente chiara da rendere facile anche la cosa più difficile, ovvero ibridare lo spazio chiuso con quello aperto, senza che la filosofia si perda per strada.

Con Sportikon si allenano persone comuni. Gli atleti di Sportikon (li chiamano atleti, tutti, indipendentemente dal livello) sono la persona che lavora in banca, l'anziano che torna ogni anno da anni, il ragazzo che li ha visti sui social e si è innamorato, la persona che ha vissuto un infortunio e non sa come ricominciare, chi non ha mai messo un paio di scarpe da ginnastica in vita sua.
Non ci sono target prestabiliti come non c'è un'idea di corpo ideale da raggiungere. C'è invece l’idea che ogni corpo sia diverso, funzionale alla propria vita, e che il movimento non abbia come fine l'estetica ma la salute, anche se le due cose possono coesistere.
"Non diremmo mai a un lottatore di sumo che è grasso e non è funzionale. Quel corpo è funzionale alla sua vita”, dice Alberto, “Un atleta di endurance è magro, ha poca massa muscolare, perché quel corpo è funzionale alla sua. Ogni corpo deve essere rispettato e portato a essere più forte”.
Alberto fa una cosa che pochi personal trainer fanno: prima di costruire un programma di allenamento, si chiede che rapporto ha quella persona con il proprio corpo, come lo viva, come lo senta. Cosa serva, a livello emotivo oltre che fisico, per farlo stare meglio.
"Mi chiedo che comunicazione posso adottare e attenzione posso dare perché questo fa la differenza, ci dobbiamo sentire protetti quando ci muoviamo”. La sostenibilità per lui non è solo una questione di carichi e recuperi ma di senso, continuità. "Esiste una soluzione per non fermarsi mai e questa soluzione non sta in un programma intensivo di tre mesi, ma in un’abitudine che resiste nel tempo anche quando si è infortunati, anche quando si riesce a fare solo dieci minuti. Se ti muovi dieci, quel dieci vale cento. Ma lo devi sapere. Ed è qua che nasce la sostenibilità, nasce l'equilibrio, nasce un percorso costante e soprattutto un lavoro con una persona in grado di seguirti e sostenerti”.

Una delle scelte più controcorrente di Sportikon è il rifiuto degli abbonamenti annuali. In un settore dove la palestra ti vende l'anno a prezzo scontato sapendo che dopo tre settimane smetterai di venire, Sportikon fa l'opposto: ti propone un mensile, rinnovabile di mese in mese senza vincoli. Una scelta etica prima ancora che commerciale.
"Convincere le persone e farle stare in un percorso sostenibile è rischioso. Noi potremmo sempre scegliere di fare una super offerta e prendere 50 persone a settembre ma non è quello che vogliamo, perché so come ragiona la mente delle persone: hai bisogno di fare piccoli step”.
"Il mensile", spiega Martina, "funziona come un doppio specchio. Da un lato, l'atleta che ogni mese sceglie di rinnovare sta confermando a se stesso di aver lavorato. Dall'altro, Alberto e Giacomo sanno esattamente chi c'è, chi manca, chi sta attraversando un momento difficile. Ogni persona deve essere realmente in uno scanner visivo ed emotivo. Tu non sparisci se hai un problema, perché noi dobbiamo renderti accessibile il movimento anche quando per te è più complicato. Un mese potrai seguire tutte le lezioni, un altro mese potrai fare solo qualcosa a casa. Ma lo sappiamo, seguiamo i nostri atleti in un percorso di movimento adattato alla loro vita."
Chi sceglie Sportikon lo sceglie davvero non perché ha firmato un contratto, non perché altrimenti perde i soldi. "Se le persone ti scelgono non per obbligo, rimangono”. È una scommessa sulla fiducia e, a giudicare da come è cresciuto il progetto, una scommessa vinta.

Sportikon vanta nel suo progetto la presenza di ristoratori, panificatori e pasticcieri di Cagliari che condividono la stessa cura per la materia prima e la stessa attenzione artigianale al proprio lavoro. Non è una cosa che capita per caso.
Alberto e Martina sono arrivati all'equilibrio alimentare attraverso un percorso che li ha portati entrambi a mettere in discussione il proprio rapporto con il cibo. Alberto, con un corpo che il mondo definisce atletico, si imponeva regole rigide perché il cibo doveva essere guadagnato con l’allenamento. Martina, con una storia di sovrappeso e obesità, aveva interiorizzato decenni di messaggi punitivi in cui il cibo era qualcosa da meritare o da evitare.
"Ci siamo riscoperti osservandoci su come ci approcciavamo al cibo. Tutti e due eravamo molto severi. Doveva essere sempre comparato a quanto mi ero allenato e se me lo potessi permettere”. Il cambiamento è avvenuto gradualmente, attraverso conversazioni, letture e soprattutto attraverso la frequentazione di persone che facevano del cibo una cosa bella.
Una delle frasi che oggi hanno eliminato dal loro vocabolario e che chiedono ai loro atleti di eliminare è sgarro. "Lo sgarro è una parola punitiva. Andare a mangiare la pizza non è uno sgarro”. Se devi mangiare una pizza, mangia una pizza buona. Se vai al ristorante, scegli chi tratta bene la materia prima. Non per essere virtuosi, ma perché la qualità educa il palato e il palato educa le abitudini. La cura che lo chef mette nel suo piatto risuona con la cura che l'allenatore mette nel programma che ti ha preparato. È la stessa filosofia, applicata a tavola.

Sentono di andare controcorrente? Sì. Lo dicono con la consapevolezza di chi ha scelto una strada difficile e non ha intenzione di cambiarla. "Le persone pensano troppo spesso a un discorso di movimento strutturato e in posto chiuso. O fai sport di squadra o vai in palestra. O ti alleni tanto o non ti alleni niente. Noi abbiamo creato una realtà che ti fa vivere il movimento a seconda delle necessità che hai, all'aperto, in più posti diversi, con più stagioni diverse”. Il punto è quello di educare innanzitutto il corpo al movimento tornado a dargli la sua funzione essenziale per l’essere umano. Prima la salute, l’equilibrio e il sapersi e potersi muovere, solo dopo arriva il concetto più connesso allo sport ed, eventualmente, a performance o esigenze estetiche.
Ma aggiungono anche, con onestà, che qualcosa sta cambiando nel settore. Tanti professionisti stanno modificando il modo di comunicare, tanti nutrizionisti stanno abbandonando le diete restrittive e il linguaggio punitivo. Non abbastanza ma il vento sta girando.
Se chiedo loro come si vedono in futuro, Martina spera che la divulgazione sul movimento arrivi a più persone possibili, soprattutto a chi pensa che lo sport non faccia per lui. "Vorrei che si capisca quanto è salvifico per tutti, a prescindere dal corpo che si ha, anche e soprattutto se non si è degli sportivi."
Alberto parla di collaboratori e di persone che sposino quello che fanno permettendo a Sportikon di allenare più vite. C'è un sogno che condividono entrambi: uno studio all'aperto, un giorno.
Alla fine della nostra chiacchierata, quando si chiede loro dove mangiare bene a Cagliari, Alberto e Martina si animano come bambini. Citano Framento per la pizza, Ditrizio per i dolci, Madriga per il pane che definiscono "il posto migliore di Cagliari per qualità dei prodotti e per la passione che Carlo mette in quello che fa" e Mallicca che li accompagna dall'università, gestito da Gabriele ed Enrica.
Sono quasi tutti posti piccoli come il loro studio o il campo dove tutto è cominciato perché per loro le grandi cose partono da qualcosa di intimo ma curato. "Conta davvero quanto ci credi, quanto sei professionale, quanto ami quello che fai”.
