Essentzia e L’Atypica: a Cagliari due nuovi modi di raccontare il caffè | Olianas

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Essentzia e L’Atypica: a Cagliari due nuovi modi di raccontare il caffè
C’è un paradosso tutto italiano che riguarda il caffè: lo consideriamo un rito sacro, un vanto nazionale, eppure della materia prima che riempie le nostre tazzine tutte le mattine sappiamo pochissimo. Lo consideriamo un energetico, diciamo “mi piace il caffè”, ma non ricordiamo che prima di essere una bevanda è un frutto, e quindi un prodotto agricolo con una stagione, un territorio e un produttore, e che ne esistono di molte varietà, proprio come l’uva da cui facciamo poi il vino.
A Cagliari, a fine 2025 hanno aperto due torrefazioni il cui fine è fare cultura con il caffè in modo per certi versi simile. Sto parlando di Essentzia, progetto di Gianluca Mereu, e di L’Atypica, progetto di Ludovica Ladu e Carol Mello. È anche grazie alla loro visione che a Cagliari il paradigma del caffè al volo sta cambiando verso l’intento di riportarlo al centro di una cultura consapevole, lontana dalla velocità del bancone e più vicina alla relazione tra persone, territori e scelte.

Per Gianluca Mereu il caffè è stato un percorso lungo, fatto di studio, spostamenti, lavoro e curiosità continua. Originario di Assemini, a pochi km da Cagliari, i suoi viaggi hanno toccato prima la Spagna, poi l’Irlanda, l’Australia e il Vietnam. Esperienze tutte legate da un filo comune: capire che il caffè non è mai uguale a se stesso.
«Più studiavo e più capivo che non ne sapevo abbastanza», racconta. Una frase che dice molto della sua visione: il caffè come processo di apprendimento costante, non come verità definitiva.
Lavorare in contesti internazionali, arrivando a gestire team numerosi e a formare persone provenienti da diversi Paesi, gli ha mostrato quante culture del caffè esistano oltre il modello italiano. Un prodotto che cambia in base alle abitudini, ai metodi di estrazione, alla sensibilità del consumatore e soprattutto un prodotto che può essere raccontato.
La svolta avviene durante un viaggio in Vietnam, quando incontra un produttore che, durante una degustazione, gli ripete una frase: “smell the essence”. Senti l’essenza! Quell’esperienza diventa quasi una chiave simbolica e dà poi il nome al progetto che nascerà più tardi, quando decide di lasciare una carriera all’estero e tornare nella sua città per aprire una torrefazione.
Essentzia nasce con l’idea di rendere il caffè di qualità accessibile e comprensibile, uno spazio dove imparare. Nel suo approccio la sostenibilità non è uno slogan perché significa rapporti diretti con i produttori quando possibile, conoscere le cooperative, capire dove va a finire il valore economico del prodotto. «Se il prezzo è troppo basso» spiega «qualcuno lungo la filiera ci sta rimettendo e di solito è il produttore».
L’obiettivo è doppio: educare il consumatore e cambiare la percezione del prezzo perché dietro una tazzina ci sono mesi di lavoro, raccolta, spedizione e tostatura. «Quando conosci tutto questo», dice, «quei centesimi di differenza sembrano meno assurdi». Ma c’è anche un’altra forma di sostenibilità che emerge nel suo racconto: quella del tempo. Il caffè come pausa reale, non come gesto compulsivo, un momento che crea comunità. «Mi capita spesso che qualcuno compri il caffè per il padre, per la madre, per una persona a cui vuole bene. È lì che capisci che qualcosa è cambiato».

Se la storia di Essentzia parte da un viaggio professionale, quella di L’Atypica nasce da un incontro personale. Carol Mello, musicista, arriva da San Paolo, in Brasile, con un lungo passaggio in Portogallo; poi un viaggio in Sardegna per un concerto fa scattare l’amore per questa terra e per Ludovica Ladu, socia e compagna, che compie il percorso inverso: nata e cresciuta in Sardegna, vive in Brasile e lì inizia a guardare il caffè con occhi diversi rispetto a come aveva sempre fatto in Italia. “Quando vivi in un Paese produttore non puoi più fingere che sia solo una bevanda: diventa territorio, agricoltura, lavoro umano, comunità” mi dicono.
In Brasile il caffè è casa. Carol racconta che a casa sua ha sempre bevuto caffè filtro, una normalità domestica. È il gesto della nonna che prepara il caffè come le nostre preparano il sugo: con calma, come un atto di cura che tiene insieme la giornata. «Il caffè di casa è il caffè filtro», dice, e in quella frase c’è una geografia intera: un modo di vivere il prodotto come condivisione e linguaggio familiare.
È anche per questo che, quando Carol incontra Ludovica, non è solo una passione ad aggiungersi alla relazione: è un vocabolario comune che si allarga. Ludovica parla del suo “primo click” come di una rivelazione. Ovvero capire che il caffè è un prodotto agricolo. Una consapevolezza interessante in un Paese come l’Italia dove spesso il caffè viene vissuto come gesto automatico, entro, prendo, butto giù, mentre in Brasile ha più spesso la forma di un tempo condiviso.
Da questa passione condivisa nasce l’idea di uno spazio proprio, dove il caffè diventa il centro di una rete più ampia fatta di relazioni culturali, musica, incontro, e in cui quello che conta è tutto ciò che la tazza riesce ad attivare.
Carol, dentro questo progetto, porta con sé il concetto di scoprire la diversità. «Non esiste “il gusto del caffè”», dice. «Esistono tanti gusti, tante possibilità». Il caffè racconta qualcosa di chi lo beve e di chi lo prepara. Per questo la scelta di L’Atypica è radicale: lavorare solo con monorigini, senza miscele. Ogni caffè è legato a un territorio specifico, a un produttore, a una storia precisa, e il racconto sensoriale diventa un modo per riportare nel gusto quella dimensione agricola che spesso in Italia perdiamo. «Per noi dare valore al caffè significa partire dalla geografia», spiega Ludovica. «Legare quello che senti in tazza al percorso che quel prodotto ha fatto».

Essentzia e L’Atypica partono da prospettive diverse (una torrefazione con forte impronta tecnica e formativa da una parte, uno spazio culturale e relazionale dall’altra) ma convergono su un’idea comune: il caffè come cultura.
Entrambe le realtà mettono al centro le persone. I produttori, innanzitutto, spesso invisibili. Ma anche i consumatori, invitati a diventare più curiosi, più consapevoli. Non serve essere esperti, serve voglia di capire.
C’è un elemento che torna spesso nei racconti di tutti e tre i fondatori: la curiosità. Un pubblico che cambia, sempre più disposto a fare domande, a scoprire differenze tra Brasile, Colombia, Etiopia o Costa Rica, a capire perché un caffè sia più dolce o più fruttato.
Il caffè diventa così un ponte tra territori e culture, ma anche tra generazioni. Sia Gianluca che Ludovica e Carol raccontano di clienti ventenni interessati a nuovi metodi di estrazione ma con già una bella consapevolezza, e al contempo di persone over 60 che scoprono per la prima volta prodotto che amano e si lasciano guidare.

In un momento storico in cui la parola sostenibilità rischia di trasformarsi in una formula svuotata, il lavoro di Essentzia e L’Atypica riporta il discorso sul piano concreto di una responsabilità distribuita lungo tutta la filiera, come consapevolezza di ciò che c’è prima e dopo la tazzina.
Per Gianluca Mereu, alla base del proprio lavoro c’è l’esigenza di ridurre la distanza tra chi produce e chi consuma, raccontando il lavoro con i mesi di coltivazione, raccolta selettiva dei frutti maturi, lavorazioni differenti, spedizioni, tostatura calibrata per rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto.
La sostenibilità, in questa visione, è anche educativa. Mereu insiste molto sull’idea di rendere il caffè di qualità accessibile e non elitario, e allo stesso tempo educare sul perché esistano pratiche agricole più attente, una filiera più giusta, una tostatura pensata per valorizzare l’origine invece che uniformarla. Significa anche restituire dignità al tempo: bere un caffè come piccola pausa consapevole di ciò che stiamo davvero bevendo.
Accanto a questa dimensione economica e formativa, Essentzia propone una sostenibilità che definirei relazionale: il fatto che i clienti comprino un caffè per i propri familiari, che vogliano farlo assaggiare a qualcuno, significa che la sostenibilità non riguarda solo la terra, ma anche le abitudini sociali e il modo in cui il caffè costruisce connessioni.

L’Atypica si muove su un piano complementare, dove la sostenibilità diventa soprattutto una questione culturale e narrativa. Ladu e Mello partono dal presupposto che non si possa parlare di sostenibilità se prima non si riconosce il caffè come prodotto agricolo. Eliminare le miscele, pur riconoscendone il valore tecnico, diventa per loro un modo per rendere leggibile la filiera: ogni caffè ha un nome, un luogo, un produttore, una storia precisa. La sostenibilità, allora, serve a dare identità e dignità a ciò che spesso arriva anonimo nelle nostre tazze, restituendo complessità e diversità a un prodotto che il mercato tende a uniformare.
Per Mello, cresciuta con il caffè filtro preparato in casa dalla nonna, sostenibilità significa anche condivisione. In Brasile il caffè è un elemento domestico e collettivo e L’Atypica prova a trasferire questa dimensione dentro lo spazio che sta costruendo: un luogo dove il caffè non si beve di corsa ma si vive. Offrire “un caffè senza fretta”, cartello ben visibile al banco, è in fondo un atto di sostenibilità sociale: ridare spazio alla relazione tra chi prepara e chi beve.
Entrambe le realtà, pur con approcci diversi, mettono in discussione l’idea dominante del caffè come consumo veloce e standardizzato. Bere un buon caffè non è soltanto una questione di gusto, ma una scelta che riguarda il corpo perché ciò che consumiamo ogni giorno ha un impatto reale su di noi.
È qui che queste due storie si incontrano, trasformando un gesto automatico in un atto consapevole, capace di rimettere al centro il valore delle persone, dei luoghi e del tempo necessario per fare bene le cose.

Dalla chiacchierata con entrambe le realtà e da come si stanno muovendo, emerge la visione comune di un caffè più umano, un momento di relazione e scelta consapevole. Credo che questa trasformazione sia legata anche al momento che sta vivendo Cagliari.
Negli ultimi anni la città ha cambiato ritmo. Chi viaggia di più, chi rientra dopo esperienze all’estero, chi porta nuove abitudini e nuove domande ha iniziato a modificare il modo di guardare al cibo e alle bevande. Sia Essentzia che L’atypica lo raccontano osservando i loro clienti: persone più curiose, più esigenti, interessate a capire cosa stanno bevendo, capaci di distinguere un’origine dall’altra e disposte ad ascoltare la storia dietro una tazzina. Questo cambiamento non riguarda solo una nicchia di appassionati: si vede nelle generazioni più giovani che si avvicinano ai metodi di estrazione alternativi, ma anche in chi non aveva mai pensato al caffè come qualcosa da scegliere.
La scelta di aprire uno spazio dedicato al caffè non nasce in un vuoto culturale, ma dentro una comunità che sta iniziando a cercare luoghi diversi, capaci di offrire tempo e racconto oltre al prodotto.
In questo senso la città diventa un terreno interessante: abbastanza piccola da permettere il nascere di relazioni, abbastanza dinamica da accogliere visioni nuove. Essentzia lavora sul fronte della formazione e dell’accessibilità, cercando di rendere il caffè di qualità parte della quotidianità.
L’Atypica costruisce un luogo dove il caffè diventa pretesto per creare connessioni culturali e sociali. Due approcci diversi, ma entrambi radicati in un’idea comune, quello del caffè come spazio di incontro.
Il futuro che queste realtà suggeriscono è fatto di piccoli cambiamenti di sguardo. Forse il segnale più interessante è proprio l’interesse crescente verso un bisogno più profondo di qualità e consapevolezza. E allora il caffè smette di essere solo un’abitudine e torna a essere ciò che, in fondo, è sempre stato nelle sue origini più autentiche: un rituale sociale.

Le immagini nella pagina sono presenti per gentile concessione di Roberto Satta e Emanuela Meloni